La sindrome dello sciacallo
C'è un modo silenzioso di perdere se stessi. E ce n'è uno per non farne parte. Una riflessione ad alta voce sull'identità e il rischio di perderla.
La nostra identità non è qualcosa che troviamo già pronto dentro di noi: è una storia che costruiamo. — dall’opera di Dan McAdams
Osservo molto. Soprattutto le persone.
E più le osservo, più mi accorgo della stessa cosa: quasi tutti mostrano soltanto ciò che vogliono mostrare. La versione più curata, quella che più funziona, quella più bella.
È umano. Lo facciamo un po’ tutti. Ma a furia di far vedere una versione di noi, finiamo per scambiarla per la verità.
Ed è qui che nasce un’illusione silenziosa: l’illusione di essere davvero noi stessi.
Il punto è ciò che si nasconde sotto. Perché se sotto quella versione non abbiamo costruito niente di nostro, allora non resta un’identità: resta soltanto l’illusione di averne una.
E così la maggioranza fa la cosa più naturale del mondo: va a cercarsela altrove.

La insegue nelle masse, nelle mode, nel successo, nell’ostentazione e in tutto ciò che luccica in superficie. Senza accorgersi di una cosa sola, ma decisiva, ovvero: sta cercando nel posto sbagliato.
È guardando questo girare a vuoto intorno alla vita degli altri che mi è venuta in mente un’immagine.
Gli sciacalli.
Hai presente lo sciacallo, vero?
Lui non caccia: aspetta. Aspetta gli avanzi, le carogne. Quello è il suo modo di cacciare.
Vive ai margini, nel caos e nella distrazione degli altri animali, e quando qualcuno lascia cadere qualcosa, si prende la sua parte.
Ecco. Tantissime persone vivono esattamente così. Non con il cibo, ovviamente, ma con la propria identità.
Si aggirano ai margini della vita degli altri raccogliendo avanzi di sé.
Un pezzo di stile da qui. Un’opinione preconfezionata da lì. Un’ambizione presa in prestito, un ideale di bellezza raccolto da terra, una convinzione afferrata al volo solo perché qualcun altro l’aveva lasciata cadere o solo perché tutti dicono che è quella giusta.
Per non parlare dei trend del momento. Una cosa diventa virale? E allora via, facciamola tutti; magari ci scappa pure qualche like, o qualche soldo e via dicendo.
Io la chiamo la sindrome dello sciacallo.
Non la troverai su nessun manuale: è una definizione stramba che ho annotato l’altro giorno mentre scrivevo.
Osservando sui social, nelle consulenze di scrittura, nelle storie che le persone mi affidano, vedo che, molte di loro costruiscono se stesse a partire da ciò che trovano già pronto negli altri, invece che da ciò che hanno dentro.
Non vanno a caccia di un’identità propria. Non costruiscono la propria essenza. Aspettano che sia qualcun altro a dire loro, finalmente, chi essere.
Di sicuro starai pensando: «Con me non succede, io so esattamente chi sono».
E ti credo. Dico davvero.
Ma per moltissimi non è così. Eppure dovrebbe funzionare al contrario: prima capisci chi sei, poi trovi dove stare. La sindrome rovescia tutto — prima il posto, e poi adottano l’identità per entrarci.
In mezzo a tutta questa confusione c’è una differenza sola. Semplice, ma che decide tutto.
Esiste un sé che reagisce e un sé che sceglie.
E tu chi sei? Quello che reagisce o quello che sceglie? Credimi, fa tutta la differenza.
Lo sciacallo reagisce. Reagisce a ciò che cade, a ciò che passa, a ciò che gli altri lasciano indietro. Non decide mai niente: raccoglie e basta. Non ce l’ho con gli sciacalli, è solo un esempio.
Ma se facciamo come lui, a furia di raccogliere dimentichiamo perfino che esiste un’altra possibilità: costruire la propria identità. Darle forma, e nutrirla con i propri valori. E qui, ormai, non parlo più dello sciacallo.
Perché succede?
C’è una cosa che ho visto in ognuna delle persone che ho osservato e di cui ho scritto, ovunque nel mondo: la fragilità.
E quando si è fragili, costruire spaventa. Raccogliere è più veloce.
Indossare una versione già pronta costa molta meno che costruirsi la propria.
Così si resta immobili; schiavi del «dovrei» perché tutti lo dicono, del «si fa così» perché tutti lo fanno; per poi ritrovarsi dentro una vita che non appartiene a chi la vive.
E più si raccattano identità altrui, più quella fragilità cresce.
Perché come si costruisce un legame vero, se non si è mai sicuri di chi si è davvero? Le amicizie si svuotano, i rapporti si incrinano, le connessioni si spengono.
Questa non è solo perdita di direzione.
È perdita di sé.
Eppure…
…tra tutte le persone che ho osservato, ce n’erano anche di un’altra categoria.
Le più serene, equilibrate e profondamente in pace che io abbia mai conosciuto. E avevano tutte la stessa cosa in comune: non raccoglievano niente da terra.
Qui arriva la parte interessante.
Quelle persone avevano imparato a camminare dentro la propria mente. A esplorarne gli angoli, ad accettarne i silenzi. Sapevano chi erano e non perché qualcuno gliel’avesse detto, ma perché, in un modo o nell’altro, se l’erano scritta da sole, giorno dopo giorno.
E qui c’è la cosa che voglio tu sappia: non è un dono riservato a pochi. È una scelta. E può essere anche la tua.
Per molto tempo ho creduto il contrario: che fosse una questione di carattere, di circostanze. Poi ho scoperto che la scienza lo studia da decenni e che lo conferma sempre di più.
Uno psicologo, Dan McAdams, ha passato la vita a dimostrare proprio questo. Per lui l’identità è una storia che costruiamo: prendiamo ciò che ci accade e lo intrecciamo in un racconto interiore, ed è da quel racconto che nasce il senso di essere qualcuno, con una direzione e uno scopo. Chi riesce a costruirsi una storia più solida, più sua, tende anche a stare meglio.

E un altro ricercatore — quello a cui sto dedicando buona parte della mia attenzione, negli ultimi anni — è James Pennebaker. Lui ha dimostrato in centinaia di studi cosa accade quando mettiamo i nostri vissuti per iscritto: il caos diventa coerenza. E spesso chi ne trae più beneficio è proprio chi parte da pensieri confusi, disordinati, e scrivendo arriva a una storia che sta in piedi.

Unisci le due cose e ottieni il concetto più importante di questo scritto:
L’identità non si trova. Si costruisce. E scrivere è uno dei modi migliori per farlo.
Io l’ho capito qualche anno fa, quando ho ripreso in mano un diario. Avevo iniziato da bambino, poi — deluso dalle persone — avevo smesso. (Ma è una storia per un altro giorno.)
Mettere i pensieri su carta mi ha permesso di dare forma al caos. Di distinguere la mia voce da quella che mi arrivava da fuori.
Di smettere di reagire e cominciare a scegliere.
Il journaling è il mio modo di non fare lo sciacallo. Di non raccogliere da terra ciò che posso costruire con le mie mani.
Ma non deve essere per forza un diario. Non tutti dobbiamo scrivere.
Quello che conta è trovare uno spazio per interrogarsi. Un luogo in cui stare soli con se stessi abbastanza a lungo da capire, finalmente, qual è la propria “preda” e smettere di accontentarsi degli avanzi.
Perché la vera identità non si compra, non si riceve in premio da un algoritmo, non si eredita e non si raccoglie da terra.
Si costruisce. Giorno dopo giorno. Con il coraggio di pensare con la propria testa.
Sei arrivato fin qui, e allora voglio lasciarti una domanda. Una di quelle che hanno riportato me al centro più di una volta.
Non risponderti di getto: portala dentro per qualche minuto, e prova a risponderti solo se e quando te la senti.
Se domani sparissero tutti gli schermi, le voci e gli sguardi degli altri, con quale versione di te resteresti?
Se la risposta non arriva subito, va bene. Non sei in ritardo: sei soltanto all’inizio della parte più importante.
Però ricorda una cosa: tu ed io non siamo sciacalli.
E lo sciacallaggio non ha mai nutrito nessuno.
Dome
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